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300 di Zack Snyder

O lo ami o lo odi. Cos’è un film quando viene definito fascista, antimilitarista, omosessuale, omofobico. Scenario incerto.

300 di Zack Snyder

Non ci offre il brivido della grande cinematografia classica l’ultima fatica dell’ex regista di video clip Zack Snyder, (L’alba dei morti viventi, 2004). Ma non si può negare che, dopo esperienze di questo tipo, il cinema non sarà più lo stesso.

Snyder dà i natali cinematografici alla pluripremiata miniserie di Frank Miller sulla leggendaria battaglia delle Termopili: nell’estate del 480 a.C. trecento spartani guidati dal re Leonida intraprendono una guerra suicida che cambierà il destino dell’Occidente, un pugno di uomini affronta e tiene testa all’immensa armata del re persiano Serse, imperatore che si proclamò Dio.

Erodoto riferì di due milioni di soldati, probabilmente sfiorarono il milione. Lungi dal dolcificare le tematiche presenti nel lavoro di Miller, 300 vi rimane fedele nei contenuti e nella forma: i colori, cupi e caldi, rimandano alle tavole dipinte da Lynn Varley, moglie e storica collaboratrice di Miller, che invece firmò disegni e testi in un inedito formato orizzontale, come uno schermo cinematografico che fu quantomai profetico.

Svettano in questo digital-peplum nerboruti e bellicosi spartani dalla spiccata prestanza fisica, cotanta tensione marziale abbinata ad altrettanta mascolina avvenenza metteranno d’accordo per la prima volta nella storia del cinema le associazioni gay con i neofascisti. Ancora le tematiche permangono intatte, non si narra uno scontro tra buoni e cattivi secondo la logica hollywoodiana, non ci sono riferimenti all’attualità e Serse non è George W. Bush, c’è soltanto un mito, una leggenda, un omaggio al sacrificio (estremista? brutale?) in difesa della libertà. La tecnica è la stessa di Sin City (2005), attori che recitano in green screen e fondali ricreati su tavole di fumetto digitalizzate, i dialoghi ossequiano con battute molto cult e maschie la premiata ditta degli spaghetti western.

Le scene di combattimento, in cui si fa largo uso della slow motion, sono tra le migliori viste negli ultimi anni, forti di una efferatezza monumentale che sfocia nel mitologico piuttosto che nello splatter gratuito alla Mel Gibson regista, e chi le ha considerate troppo crude vada a rivedere la disgustosa mattanza della sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan: lo sbarco in Normandia di Spielberg a base di budella volanti farà sembrare i nostri spartani un gruppo di rosee scolarette.

Recensione a cura di : Camilla Cortese
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