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Caos Calmo

Furbescamente anticipato da un tam-tam mediatico sulle doti amatorie del Nanni nazionale, pericolosamente sceneggiato su un romanzo intimista, Moretti “morettizza” meno del solito il suo personaggio in nome di una storia tutta al maschile.

Diciamolo subito e togliamoci il pensiero: Nanni Moretti e Isabella Ferrari, impegnati nell’amplesso più secco e silenzioso del cinema italiano, non sono né volgari, né selvaggi, né intensi. Sono semplicemente brutti. Brutte le lingue imbizzarrite, brutti i capezzoli della Ferrari pigiati come campanelli di un condominio, brutte le natiche setolose di Moretti di cui tutti noi avremmo fatto volentieri a meno. Dei mille modi per girare una scena dove il sesso è metafora di un nuovo contatto con la vita, Antonello Grimaldi ha scelto il peggiore. Anche se nel romanzo di Sandro Veronesi (fratello del regista Giovanni) era ben più cruda E per ammissione dello stesso autore, il libro Caos Calmo è un libro di uomini, una storia su uomini con donne-comparsa. Uguale è il film.

Pietro Paladini vive la propria vita in stand-by da quando la moglie Lara è morta. Il trauma di aver lasciato sola la figlia durante la tragedia, mentre lui ignaro salvava una donna che stava per annegare, si evolve in una incapacità di provare qualunque tipo di dolore. Il primo giorno di scuola promette alla piccola Claudia di aspettarla fino al pomeriggio, ed inizia a passare le giornate sulla panchina di un parco, privo di emozioni e di interessi. Dal suo nuovo punto di vista, testimone del pellegrinaggio di colleghi e parenti che cercano di confortarlo ma finiscono a lamentarsi delle proprie vite, osserva il mondo come in anestesia, in attesa che il dolore arrivi. Arriva. E si ricomincia a vivere.

Caos Calmo è un buon film. Ma non è un bel film. Si sta lì seduti ad aspettare un’emozione che non arriva, una macchina da presa inchiodata che non si muove, un finale speranzoso. L’eredità televisiva di Grimaldi (Distretto di Polizia, Le stagioni del cuore) pesa un po’. Pesa meno del solito invece l’ego morettiano, che in veste di solo attore e sceneggiatore si fonde bene col Paladini della storia. Da lodare il coraggio di rendere sullo schermo sentimenti complessi, vuoto interiore ed attesa, e soprattutto il ricorso parsimonioso alla voce off del protagonista, che sarebbe stata l’escamotage migliore per rendere il soggetto. Superbo il fratello scapolone Alessandro Gassman, bello e bravo, aspettiamo che lavori di più al cinema, e brava Valeria Golino, la cognata immatura e inaffidabile le pare cucita addosso.

Rivolgiamo infine un appello a tutti i film maker e sceneggiatori e scrittori del mondo: basta coi bambini saggi. Destabilizzano, non sono veri, non esistono. Vanno bene i traumi, le tragedie che fanno crescere in fretta, ma sceneggiare i bimbi è un lavoro da professionisti. Troppo comodo mettere scomode verità in bocca ai piccoli, per amplificare frasi banali tipo «I compagni mi prendono in giro. Sai come sono i bambini, spietati!» Lo spettatore ci casca sempre, ma loro non sono così.

Recensione a cura di : Camilla Cortese
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