
«Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro intorno non vedo giganti.» E’ un Giulio Andreotti mostruoso ed ironico questo raccontato nell’ultimo film del napoletano Paolo Sorrentino, un Belzebù con la faccia trafitta dagli spilloni dell’agopuntura per combattere l’emicrania che lo affligge. Ma la cattiveria del protagonista colpisce proprio per la naturalezza della rappresentazione, che corre sul filo del grottesco senza mai scivolare.
Dimenticate le imitazioni forzate e squalliducce del Bagaglino, qui siamo di fronte a grandi attori che, lungi dall’essere sosia, hanno catturato le anime dei personaggi rendendoli più veri del vero: primo fra tutti Toni Servillo, miracolato del cinema italiano, portafortuna nella doppietta di Cannes 2008 (Grand Prix della Giuria a Gomorra di Matteo Garrone, Premio della Giuria per Il Divo di Sorrentino) autore di una metamorfosi composta e lucida, mai macchiettistica.
Sorrentino, si sa, ama i brutti e i cattivi, e più sono laidi e disgraziati più i suoi film sono belli. Dallo strozzino di L’amico di famiglia (2005) al Divo Giulio e la sua spettacolare vita, ecco un ritratto inquietante come solo il dubbio della verità sa essere, in un biopic originale per la scelta temporale, dove il protagonista ha già 70 anni e raccogli i frutti di 40 anni di esercizio di potere, vive sotto scorta, lavora, legge, prega e fa vita mondana, il tutto con freddo distacco. Unico neo al suo idillio gerontocratico è il fantasma di Aldo Moro, i cui scritti ebbero per lui parole dure, che lo perseguita dal luogo di prigionia delle Brigate Rosse.
Utilissime, nonostante siano state criticate da molti per il presunto eccesso didattico, le didascalie coi nomi dei personaggi: rosse e molto pulp, artistiche rispetto al posizionamento nelle inquadrature, assicurano un effetto-cronaca che insegna un pezzo della nostra storia di cui finalmente qualcuno, seppur con l’immancabile filtro artistico, ci ha insegnato qualcosa.