
Punta dritto al cuore dello spettatore e fa centro. Termina, e in sala sgorgano lacrime per la sorte del giovane protagonista. Il film si apre con il presagio della fine. Con una struttura a flash back e con la voce off della sorella Carine, l’unica a conoscere veramente l’inquietudine del protagonista e degna di raccontarne le gesta, Into the Wild è liberamente tratto dal libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Corbaccio), che a sua volta si ispirò alla vera storia di Chris McCandless, catalogata nella cronaca americana.
Nel 1990 il giovane Chris McCandless prese in mano la propria vita: terminati gli studi devolse tutti i suoi risparmi in beneficienza e intraprese un viaggio attraverso gli Stati Uniti, assetato di avventura, libertà e verità. Bruciò documenti e denaro, abbandonò la famiglia e la vecchia automobile e si ribattezzò Alexander Supertramp, il “Supervagabondo”. In treno, autostop e soprattutto a piedi, per due anni attraversò gli Stati Uniti fino a giungere in Alaska, vivere a contatto estremo con la natura ed infine morire. I suoi resti vennero trovati da un cacciatore due mesi dopo.
Finale brutale, nel film Alex mangia per sbaglio una pianta velenosa e muore contemplando il cielo infinito e sognando l’abbraccio riconciliatore coi genitori. La voce narrante delinea subito il suo carattere affamato di avventura, estremista. Egli porta con sé gli scritti di Tolstoj, Thoreau, London e ricerca nella sincerità della natura quella verità che gli era sempre stata negata dalla famiglia borghesuccia. Vive alla giornata, cercando emozioni sulle rapide del Colorado, nella mietitura del grano, tra le nevi dell’Alaska, assaporando piccole cose (bellissima la dichiarazione d’amore alla mela rossa). Incontra una coppia di hippie segnata dalla vita (Catherine Keener e Brian Dierker), un contadino galeotto (Vince Vaughn), una deliziosa giovane cantante (Kristen Stewart), un anziano che desidera adottarlo (Hal Holbrook), ed a tutti lascia qualcosa di sé, senza prendere niente perché avido solo di vita. Finisce solo, capisce che la felicità non è tale se non è condivisa.
Superba interpretazione di Emile Hirsch, tanto versatile quanto simile al vero Chris McCandless (somiglianza verificabile nello struggente autoscatto finale), che nei 148 minuti del film fa amare follemente il proprio personaggio. Grande Sean Penn alla sua quinta prova di regia, sostenuto dall’ottima fotografia del francese Eric Gauthier, ci regala dissolvenze incrociate come se piovesse, indugia con pathos sulla sconfinata bellezza mozzafiato della frontiera americana, filma ogni episodio della crescita del protagonista con un diverso stile di regia, ora con giochi di sguardi in controcampo, ora con panoramiche aeree. Evocativa e magica la colonna sonora, composta dal cantante e paroliere dei Pearl Jam Eddie Vedder.
Penn ha impiegato quasi dieci anni ad ottenere i diritti di questa storia, romanzo di formazione proposto ai ragazzi nelle scuole. Testardaggine, rabbia, passione, empatia sono ancora forti nel 48enne ragazzo ribelle di Hollywood, che vuole dare un messaggio ai giovani: sempre più protetti dalle comodità delle proprie case, hanno dimenticato il significato del contatto diretto con la natura e con quelle difficoltà che aiutano a crescere.